The Cut di Fatih Akin, Armenia al Cinema

apr 2, 15 • Cultura e musicaNo CommentsRead More »

Segnaliamo “Il padre (The Cut)”, film di Fatih Akin sulla storia e l’identità armena.

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Di seguito 3 critiche tratte dal web :

1. “Ambientato nell’impero Ottomano degli anni della prima guerra mondiale Il Padre (The Cut) di Fatih Akin è un film che segna un taglio netto nella filmografia del regista de La Sposa turca e Soul Kitchen. Messe da parte la regia speziata a cui ci ha abituato e le piccole vicende di turchi impiantati in Germania, Akin si confronta con un gravoso fatto storico: le stragi in Armenia del 1915. Lo fa intrecciando storia e Storia, narrandoci l’odissea dei due mondi di un sopravvissuto che fugge dalla sua patria alla ricerca delle due figlie e della salvezza.

Il Padre (The Cut), privo di virtuosismi tecnici, è un film che stentiamo a riconoscere come diretto da Akin. Ma la scelta, saggia, è ponderata e inevitabile, poiché la vicenda narrata porta in sé una potenza tale da non necessitare d’inutili fronzoli e ridondanti abbellimenti. Una regia più classica, quindi, ma non meno personale. La fotografia definisce la composizione dell’immagine come fosse un quadro realista. Non a caso, e cito un solo esempio, le sequenze sui villaggi armeni sterminati ricordano La zattera della Medusa di Gericault con l’aggiunta di un gusto “espressionistico” alla Goya”.

(commento tratto dal blog Onesto e spietato, appunti di un giovane cinefilo di Tommaso Tronconi  info)

 

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2. Mardin, 1915. Una notte la polizia turca fa irruzione nelle case armene e porta via tutti gli uomini della città, incluso il giovane fabbro Nazaret Manoogian (Tahar Rahim, Il profeta), che viene così separato dalla famiglia. Anni dopo, sopravvissuto all’orrore del genocidio, Nazaret viene a sapere che le sue due figlie sono ancora vive. L’uomo decide così di ritrovarle e si mette sulle loro tracce. La ricerca lo porterà dai deserti della Mesopotamia e l’Avana alle desolate praterie del North Dakota. In questa odissea, l’uomo incontrerà molte persone diverse: figure angeliche e generose, ma anche incarnazioni demoniache.

 (commento tratto dal blog Cineuropa.org info)

 

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3. Scampato quasi per miracolo al genocidio armeno del 1915, il fabbro Nazaret Manoogian si mette alla ricerca della famiglia dalla quale è stato separato, lottando allo stesso tempo per la propria sopravvivenza. Il suo viaggio lo condurrà in luoghi inaspettati.

L’idea del ritorno alle proprie radici come via per ritrovare se stessi è da sempre presente nel cinema di Fatih Akin, ma il suo nuovo film si muove su un percorso diametralmente opposto: il protagonista di The Cut è strappato con violenza dalle sue radici e dalla sua famiglia – il “taglio” del titolo – e per restituire un valore alla sua vita è costretto ad allontanarsi dal suo paese e dalle sue tradizioni. L’eterno ritorno appartenente al cinema dell’autore turco-tedesco s’interrompe, mostrando una nuova maturità stilistica e narrativa.

Le vicende di Nazaret, pur essendo frutto dell’immaginazione, sono molto vicine a quelle vissute da un’intera generazione di armeni, e dunque per la prima volta nella sua carriera Akin si trova a dover raccontare la Storia. Per farlo, il regista sacrifica parte della sua personalità al servizio della narrazione e dei personaggi, conferendo al film uno stile invisibile che lo fa assomigliare a un’epopea d’altri tempi.

Non si tratta dell’unica caratteristica che avvicina The Cut a un’opera del passato: la pellicola si prende tutto il tempo necessario per tratteggiare il suo intreccio, e anche quando la narrazione entra nel vivo il ritmo resta armonioso e dettagliato. La sceneggiatura, scritta dal regista in collaborazione con il grande Mardik Martin, non tenta di strafare in scene madri e svolte clamorose, scegliendo invece di ancorarsi saldamente al punto di vista del protagonista.

Costretto per ragioni di trama a recitare per più di un’occasione solo con le espressioni del volto, Tahar Rahim fornisce una prova contenuta e convincente nei panni di Nazaret, disegnando un uomo comune, con aspirazioni e abilità ordinarie, alle prese con circostanze straordinarie: senza un protagonista altrettanto adatto, il film avrebbe perso gran parte della sua efficacia.

Anche l’uso che Akin fa del grande schermo richiama volutamente un tipo di cinema quasi estinto: il modo in cui le figure umane sono inquadrate in relazione all’ambiente, soprattutto nelle sequenze girate nel deserto, tende a mettere in risalto paesaggi smisurati evidenziando la piccolezza dei protagonisti. Questo conferisce all’opera una certa dose di maestosità, che contribuisce alla riuscita del prodotto.

The Cut è dunque un kolossal come se ne vedono raramente, capace di emozionare il pubblico coinvolgendolo in un racconto romanzesco d’ampio respiro. Un’opera sentita, dura e toccante, che non si dimentica facilmente

(commento tratto dal blog Cinefile.biz  info)

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