Armenia Cinema: La Masserie delle Allodole

Mar 25, 15 • Cultura e musicaNo CommentsRead More »

Armenia cinema: “La Masserie delle Allodole” di Paolo e Vittorio Taviani liberamente ispirato al romanzo omonimo di Antonia Arslan anch’esso relativo al genocidio del popolo armeno.

 

Masserie delle Allodole 2

 

La Masserie delle Allodole, storia di una famiglia ambientata nell’Armenia degli anni Venti che, in attesa dell’arrivo di parenti trasferiti in Italia, ripristina una masseria per accoglierli. La guerra e il genocidio armeno impediranno il ricongiungimento. L’unico sopravvissuto, un giovane ragazzo, giungerà in Italia e a dare inizio a una speranza per la famiglia e il popolo che rappresenta.

Di seguito segnaliamo una recensione di stefano coccia tratta dal blog spietati.it

 

 

Masserie delle Allodole3

Non riconciliati – Requiem per il popolo armeno (di Stefano Coccia)

Il mese di aprile tra tutti è crudele

Sui morti fiorisce il lillà

Stormy Six, La sepoltura dei morti

È a nome della Nazione Armena che io mi appello a voi, come uno dei pochi europei che sia stato testimone oculare, fin dal suo inizio, dell’atroce distruzione del Popolo Armeno nei fertili campi dell’Anatolia; oso rivendicare il diritto di farvi il quadro delle scene di sofferenza e di terrore che si sono snodate davanti ai miei occhi per circa due anni, che non si potranno mai cancellare dalla mia memoria.

Armin T. Wegner

24 aprile 1915. Nonostante il genocidio del popolo armeno per mano dei Turchi sia avvenuto a più riprese, prima, durante, e dopo la Prima Guerra Mondiale, questa è la data in cui si è soliti commemorare l’immane tragedia. Il 24 aprile 1915 è infatti la data in cui i Giovani Turchi (col tacito consenso di quella parte della società che scelse di appoggiarli o di coprirli) posero in atto, attraverso l’arresto e la conseguente eliminazione dell’elite armena di Costantinopoli, la prima fase di quello sterminio pianificato e successivamente realizzato in modo sistematico, agghiacciante, con un ricorso alla violenza che assunse punte di crudeltà e di efferatezza inaudite, roba da lasciare impietriti. Eppure, nonostante il massacro abbia spazzato via più di un milione e mezzo degli armeni che vivevano all’epoca in territorio ottomano, ovvero circa i due terzi di quella popolazione, ancora oggi in Turchia vi sono leggi restrittive della libertà di espressione che di fatto mettono il bavaglio a chiunque voglia parlare di genocidio, alla cui cruda realtà vengono solitamente anteposte le tesi sfacciatamente riduzionistiche proprie di un certo revisionismo storico. A questo ha contribuito senz’altro il fatto che i processi contro i principali responsabili delle persecuzioni, avviati nella prima metà degli anni venti, siano stati presto sospesi, senza che sia mai stata resa giustizia alle vittime, ai sopravvissuti, ai loro familiari. Volendo avventurarci in un paragone, è un po’ come se in Germania il Processo di Norimberga fosse stato di punto in bianco delegittimato, e la gioventù tedesca studiasse oggi la storia della Seconda Guerra Mondiale sugli abominevoli testi revisionisti di David Irving!

Tutto questo, per rendere più comprensibile l’entità del dramma. Un dramma con cui due grandi maestri del cinema italiano, i fratelli Taviani, hanno voluto confrontarsi, dopo essersi appassionati ad una vicenda le cui reali proporzioni sono in realtà poco note al grande pubblico, anche in occidente; una vicenda alla quale gli stessi autori dichiarano di essersi accostati in modo differente, più consapevole, solo dopo aver letto l’intenso romanzo di Antonia Arslan, per l’appunto La masseria delle allodole. Ma al di là del coinvolgimento emotivo suscitato in noi dall’argomento, l’adattamento cinematografico che ne è conseguito risulta senz’altro tra gli eventi cinematografici più attesi della stagione, segnando al contempo il ritorno dietro la macchina da presa dei Taviani, reduci sì dalle regie televisive di Resurrezione (2002) e Luisa Sanfelice (2004), lontani però una decina di anni dall’ultima pellicola concepita direttamente per le sale, e cioè Tu ridi (1998). Cosa ne è stato dell’ispirazione dei due fratelli registi, in questo lasso di tempo? L’impressione è che ci si trovi di fronte ad un parto ibrido, enigmaticamente sospeso tra la potenza di scene che rimandano al loro passato cinematografico più glorioso, e la banalità di certi siparietti tendenzialmente sterili che sembrano quasi fare il verso, nella loro natura meccanica e artificiosa, alla tempistica e alle modalità rappresentative della fiction televisiva. Tentando una sintesi non proprio agevole, prevale comunque in noi l’ammirazione, rivolta in primo luogo allo sforzo (senz’altro premiato) di rappresentare la tragedia armena in termini filologicamente corretti, storiograficamente appropriati alle circostanze; con possibili aperture di senso che legano quel genocidio troppo spesso dimenticato ad episodi più vicini nel tempo, l’orrore di guerre e operazioni di sterminio fagocitate sul momento dalla curiosità giornalistica e dalle scomuniche della diplomazia internazionale, ma subito dopo dimenticate, con gli aguzzini e i mandanti di turno lasciati liberi di andare per la loro strada. Il genere di ammirazione che si può avere per La masseria delle allodole sconfina poi nell’approvare, di sicuro non incondizionatamente ma almeno nelle scelte fondamentali, quell’impostazione melodrammatica da cui si genera, nel procedere di un racconto spesso davvero straziante, una profonda empatia. Non neghiamo affatto che alcuni eccessi melodrammatici, al pari delle interpretazioni a tratti sopra le righe o meramente illustrative di alcuni attori (nell’ambito di un cast internazionale che nel complesso ben figura), possano costituire una zavorra non indifferente. Vi sono in effetti quei momenti, specie nella prima parte di attesa angosciosa degli eventi, in cui la cifra stilistica e recitativa si avvicina troppo agli standard di un buon (o meno buono…) sceneggiato televisivo, con punte da feuilleton d’altri tempi. Tali appaiono, ad esempio, le sequenze in cui si assiste allo svenimento e al successivo vaneggiare di una donna turca, simpatizzante degli armeni, alle cui orecchie erano giunte indiscrezioni sulle modalità dell’imminente sterminio; o il rocambolesco intervento di un diplomatico spagnolo; o se vogliamo anche il tono un po’ leccato della parentesi italiana, con la famiglia dell’armeno Assadour che da lontano vive il dramma dei parenti rimasti in Anatolia.

Ma è proprio nel calvario della famiglia di Aram, l’altro fratello, che La masseria delle allodole acquista spessore, associando alle punte melodrammatiche un’impronta rappresentativa decisamente a tinte forti, eppure mai gratuita, compiaciuta. Decisamente un pregio, questo, nella fosca epoca della Storia riproposta sul grande schermo a colpi di Apocalypto. Il racconto dei fratelli Taviani assorbe così un crescendo di atrocità che sono poi un picco sunto di quanto realmente avvenne: uomini trucidati sul posto, spesso ricorrendo a pratiche barbare e disumane; donne e bambini incolonnate attraverso il deserto verso centri di prigionia, che si sarebbero poi rivelati autentici luoghi di sterminio; crocifissioni a iosa lungo la via; tentativi di fuga puniti con torture a morte.

Nel dover mettere a fuoco questo ricettario di orrori, i Taviani non hanno certo indietreggiato, esibendo però un salutare equilibrio. L’umiliazione delle carni e le scene più grandguignolesche vengono sì mostrate, spesso però in campo lungo, e chiarendo adeguatamente il contesto. La violenza si esprime poi qui in modo ancora più sottile, attraverso soluzioni di sceneggiatura e scelte visive che ne assolutizzano l’impatto a livelli di tragedia greca; con madri costrette a sacrificare i propri figli, e dolenti raccordi di montaggio che, nell’illustrare il disfacimento progressivo dei personaggi, relazionano le immagini della pace perduta ad un presente fino a poco tempo prima inconcepibile: l’interruzione nella normalità può risiedere tanto in un’improvvisa e assurda decapitazione, che nella prefigurazione del martirio condensata in inquadrature stranianti, complice l’apparizione dei primi soldati nelle case armene, con il dettaglio minaccioso della pietanza da loro rovesciata sul bianco di una tovaglia. Analogo l’uso dei flashback, con il vestito logoro di una anziana prigioniera, stremata dalla marcia forzata che le è stata inflitta, che riacquista un rosso smagliante nel ricordo del tempo di festa. È un confronto dialettico tra l’istanza di vita e l’istanza di morte che si gioca anche a livello cromatico, col fondamentale supporto della fotografia di Giuseppe Lanci. Altrettanto importante la carica emotiva offerta delle musiche di Giuliano Taviani, che nel corso di una carriera autonoma e già ricca di soddisfazioni si è trovato così a collaborare, per la prima volta, con il padre e allo zio.

Riguardo alla riuscita complessiva dell’opera, va detto che i limiti e i pregi artistici da noi ravvisati vanno comunque rapportati all’oggettiva difficoltà di rappresentare adeguatamente un episodio della storia contemporanea non solo così sinistro, ma anche soggetto a pericolosi tentativi di rimozione. Ci aveva già provato, da un’angolazione diversa e forte della sua origine armena, Atom Egoyan: ne era uscito fuori il complesso e a nostro avviso sottostimato Ararat. Lì, l’asse diegetico sembrava spostarsi non solo in direzione degli elementi meta-cinematografici nudi e crudi, ma anche verso una affascinante dimensione orale costituita dalla rivisitazione polifonica di una memoria non condivisa, e forse neppure condivisibile; in evidenza un confronto dialettico, quello tra il personaggio di origine turca, coinvolto nelle riprese del film sul genocidio armeno, ma ambiguo nel relazionarvisi, e le altre voci presenti sul set, confronto proposto quindi quale elemento di rottura, tra i tanti, di una struttura ad incastri niente affatto superficiale; ed è una laboriosa costruzione filmica, quella di Egoyan, che ha tra i suoi meriti il portare silenziosamente in primo piano, tra altri temi solitamente più congeniali al regista, anche la questione dell’acquisizione storica. Diverse, magari, le strategie comunicative adottate dai Taviani, giova però ricordare che la già precedentemente elogiata iconografia del martirio si avvale, sia a livello di ispirazione che addirittura a livello di citazione diretta nel film, di una delle rare documentazioni fotografiche di rilievo venute alla luce durante la Prima Guerra Mondiale, negli anni della mattanza armena. Trattasi della testimonianza offerta da un coraggioso testimone oculare, Armin T. Wegner, membro del servizio sanitario tedesco di stanza in Medio oriente per via dell’alleanza tra Germania e Turchia. Altre informazioni sul suo dossier fotografico e più in generale su quello che gli armeni chiamano “Metz Yeghern”, ovvero “il Grande Male”, si possono trovare sul sito http://www.comunitaarmena.it/index.html. A tutti buon approfondimento.

Stefano Coccia (tratto da il blog spietati.it info  )

 

 

 

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