Armenia cinema: il Colore del Melograno

mar 30, 15 • Cultura e musicaNo CommentsRead More »

Il  Colore  del  Melograno, film di Sergej Paradjanov, 1968.

 

Il colore del Melograno è  l’opera seconda del regista ucraino Paradjanov, uno degli artisti del dissenso più bersagliati dal regime di Breznev (solo recentemente è potuto tornare allo schermo con La leggenda della fortezza di Suram).  Il colore del melograno è la biografia del poeta armeno settecentesco Sayat Nova e ci arriva attraverso grosse manipolazioni (fu tolto di mano al regista e terminato in qualche modo da Jutkevich).

 

Il  Colore  del  Melograno 2

Di seguito due recensioni su:  Il  Colore  del  Melograno

 

 

1.           Il mondo è una finestra di Giampiero Raganelli

La biografia di Sayat-Nova, trovatore armeno del XVIII secolo, raccontata attraverso stralci delle opere del poeta e ieratici quadri figurati. [sinossi]

La visione di Sayat Nova, il capolavoro di Sergei Parajanov del 1969 altrimenti conosciuto come Il colore del melograno, travalica la semplice esperienza cinematografica. Il colore del melograno è un crocevia mesmerico di cinema, poesia, pittura, musica, arte. E a maggior ragione, per chi conobbe questo film da un passaggio televisivo di Fuori orario, lo è nella magnificenza della versione restaurata presentata a Cannes Classics, che peraltro restituisce il film nel ‘Parajanov’s cut’ o versione armena, così definita anche per distinguerla dalla versione russa, quella rimontata da Sergei Yutkevic per intervento delle autorità sovietiche, che poi è quella che ha circolato anche all’estero. Vari esegeti esprimono forti dubbi, va detto, che nemmeno il Parajanov’s cut rispecchi la vera concezione dell’autore che ebbe non pochi condizionamenti e limitazioni anche dalla casa di produzione armena quando realizzò il film.

In questa edizione non rimaneggiata comunque si può apprezzare quella dimensione di stream of consciousness, di flusso ininterrotto di abbacinanti immagini, che il rimontaggio ha poi corretto e normalizzato in una struttura cronologica lineare. Dove pure comunque si arriva a una circolarità nel ritorno all’infanzia, nel poeta che vede se stesso bambino, o nel passaggio da infanzia ad adolescenza reso visivamente dalla compresenza nel quadro delle due età del poeta (troppo forte la tentazione di instaurare un ardito parallelismo – del tutto casuale naturalmente – con il coevo 2001: Odissea nello spazio). Si deve questo restauro ancora una volta alla benemerita holding Cineteca di Bologna/L’immagine ritrovata con The Film Foundation’s World Cinema Project di Martin Scorsese, ed è inevitabile un passaggio anche al prossimo Cinema ritrovato.

Il film è incentrato sulla vita di Sayat-Nova, grande poeta armeno del Settecento. Parajanov, nella concezione stessa del film, esprime una riflessione teorica sulla biografia di un’artista al cinema, scegliendo una via inedita, non una storia romanzata, drammatizzata della vita o un’agiografia, non un film che rilegge la biografia di un autore attraverso la sua opera, almeno non direttamente. Parajanov ha composto l’illustrazione di un mondo pittorico che scaturisce dalla poesia di Sayat-Nova, la sua visualizzazione in immagini. La fattura pittorica si esprime in una tavolozza cromatica dove i colori spesso strasbordano, sconfinano e si diffondono. Il rosso del succo delle melagrane che imbibisce un telo, il sangue che sgorga dei montoni sacrificati, il succo dell’uva pigiata, le tinture dei tessuti, il diffondersi dei fluidi spremuti e aspersi. Ma sono strizzati anche i libri antichi, pressati e poi aperti, disseminati sui tetti, sfogliati dal vento: la poesia viene estratta dalle pagine ingiallite, fatta sgorgare e diffusa nell’aria.

La composizione delle immagini di Parajanov passa per nature morte e tableau vivant di grande complessità e geometrie, conflitti grafici di montaggio, allegorie (come la conchiglia sul corpo nudo femminile). E poi canti, danze, pantomime, sinfonie visive, musiche con ashik e altri strumenti tradizionali. La distillazione in immagini cinematografiche di una cultura antica come quella armena. Una fitta tessitura visiva che ancora induce un richiamo cinematografico lontano e casuale, ad Atom Egoyan che riconosce come le sue circonvoluzioni, in questo caso narrative, rappresentino un debito della sua origine armena nell’arte tessile dell’intreccio di arazzi e tappeti. Parajanov inserisce una fitta trama iconologica con elementi artistici, capitelli, tappeti, cammei, arazzi, bassorilievi, monasteri, intarsi, architetture medievali, realizzando una compenetrazione e una simbiosi tra immagine filmica e immagine artistica, a un livello poche volte conseguito nella storia del cinema (le vette in questo senso sono state Ivan il terribile e L’imperatrice Caterina). E in generale il regista spazia per tutta una serie di immagini sospese, di contaminazioni tra cinema e pittura e altre arti. Dall’effetto quadro di cui sopra, quando la messa in scena filmica riproduce immagini della storia dell’arte. Poco importa individuare quali siano le opere di riferimento, è evidente il tributo all’iconografia dell’epoca storica del film. C’è poi l’uso di re-cadrages, schermi secondari, quadri nel quadro con funzione perlopiù allegorica. Sublime in questo senso il momento di seduzione in cui Sayat-Nova rifugge alla tentazione frapponendo tra sé e la donna un arazzo con una raffigurazione sacra. O quella partitura di mitre con una sequenza di immagini (con un uso del montaggio simile a quello dei leoni de La corazzata Potëmkin) che portano alla crocefissione nella parte della morte dei cattolici.

Parajanov trasmette da un lato il senso del sacro, l’immagine cristologica di un poeta che passò parte della sua vita in un monastero e che fu ucciso perché rifiutò di abiurare la Cristianità e convertirsi all’islamismo. Ma allo stesso tempo emerge anche una dimensione di sensualità e seduzione, quella dell’artista licenzioso, delle sue liriche amorose. E nel finale, con la morte del poeta, si arriva al tripudio visionario dell’apparizione della Musa.

Vedere oggi questo film stupisce per come sia ancora oggi all’avanguardia, per come ci fosse già molto, per esempio, del cinema di Peter Greenaway. Non si può che fare proprie le parole di Martin Scorsese, secondo cui vedere Il colore del melograno «è come aprire una porta e camminare in un’altra dimensione, dove il tempo si è fermato e la bellezza è stata liberata». Unico rimpianto è che gli organizzatori non abbiano pensato di accompagnare la proiezione con una degustazione dall’Arménien, il miglior ristorante armeno, pare, del mondo che si trova proprio in fondo alla Croisette. (di Giampiero Raganelli tratto da il blog quinlan.it info)

 

 2.           La vita del trovatore armeno Sayat Nova, vissuto nel Seicento,

dall’infanzia alla corte regale, dal ritiro in un convento alla morte, attraverso una serie di episodi, statici come quadri che non raccontano, ma mostrano, evocano, suggeriscono per via di metafore, analogie, estri surrealisti, paesaggi onirici, pause liturgiche. La colonna sonora (musiche, rumori) conta come quella visiva di pittorica sensualità. Ermetico, ma abbagliante. Molte noie con la censura sovietica. (tratto dal blog trovacinema.repubblica.it  info)

 

 

 

 

 

 

 

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